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STUDIO IN MATERIA DI NON DISCRIMINAZIONE NELLO SPECIFICO AMBITO DELL’ORIENTAMENTO SESSUALE E DELL’IDENTITÀ DI GENERE
COMMITTENTE: DIPARTIMENTO PARI OPPORTUNITÀ – PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
SINTESI DEI RISULTATI
VERSO UN MODELLO INTEGRATO DI CONTRASTO E PREVENZIONE DELLE DISCRIMINAZIONI Bari, 9 e 10 giugno 2010
Lo studio ha posto in evidenza la necessità di intendere il fenomeno discriminatorio nella molteplicità delle proprie connotazione, dimostrando l’opportunità di accogliere una nozione ampia, che includa non solo i comportamenti individuali, ma anche gli elementi collettivi, come ad esempio le politiche pubbliche. Così, la discriminazione in assenza di vessilli identificativi, quale quella propria di molte persone LGB (lesbiche, gay e bisessuali) e T (trans), ha una dimensione peculiare che deve essere presa in considerazione nell’intraprendere politiche di contrasto. Un elemento che è stato fonte di approfondimento all’interno del gruppo di ricerca è stata la presunta specificità di una «omosessualità mediterranea», capace di distinguere attitudini e comportamenti delle Regioni dell’obiettivo convergenza da quelli del Nord e del Centro d’Italia. Da un’analisi dei dati secondari sono emersi argomenti a favore e contro questa ricostruzione.
Nell’affrontare lo studio della discriminazione nel settore socio-abitativo, socio-sanitario, culturale, della formazione professionale, dell’istruzione, della famiglia, del lavoro si è posta particolare attenzione non solo all’orientamento sessuale, ma anche agli aspetti correlati all’identità di genere. Constatata la carenza di dati in quest’ambito, la principale indagine è stata compiuta fra le persone trans delle ROC. Con riguardo alla discriminazione multipla, è stato considerato il profilo multifattoriale determinato dall’orientamento sessuale e dalla disabilità per sordità, rilevando in generale la carenza di precedenti studi che coinvolgessero orientamento sessuale e identità di genere e procedendo conseguentemente ad una indagine qualitativa sul campo. L’analisi dei dati svolta nel contesto del nostro lavoro mostra come molti luoghi comuni sono fondati esclusivamente su pregiudizi. Le coppie LGB non mostrano un reddito più elevato della media, nonostante lavorino mediamente più ore ed abbiano titoli di studio più alti. Le condizioni economiche sembrano invece significative nel determinare la decisione di “uscire allo scoperto” ed essere visibile, da qui forse nasce lo stereotipo del “gay ricco”. Significativamente, sembra che tra il 30% e il 40% delle persone in coppie LGB stabili hanno almeno un bambino. Dalle nostre analisi, emerge che il riconoscimento giuridico (ma anche culturale) delle forme famigliari è la priorità per le persone omosessuali (non solo in termini di coppie, ma anche nel rapporto di genitorialità). Quando si parla di questo argomento, occorre ribadire che dal riconoscimento del nucleo famigliare dipende la fornitura di molti beni e servizi pubblici (ad esempio legati al Welfare State) soprattutto quelli forniti dagli enti locali. La discriminazione sul posto del lavoro (e soprattutto l’accesso al lavoro) è invece la fondamentale esigenza delle donne trans (anche più delle questioni sanitarie): circa 3/4 delle intervistate dichiara di aver subito molestie, maltrattamenti o discriminazioni sul posto di lavoro (l’indagine è ancora in corso, quindi i risultati sono molto preliminari). Per confronto, una recente ricerca dell’Isfol mostra che le persone che si dichiarano discriminate per via dell’orientamento sessuale sono circa l’1,5% dei lavoratori (dunque un po’ meno della metà dei lavoratori omo-bisessuali), mentre lontanissimi sono i valori di quelle che riconoscono di essere state discriminate per età (7,5%), opinioni politiche (5,5%), genere (4,9%) e nazionalità (3,3%). Dall’analisi emergono criticità anche in ambito famigliare e scolastico, e non invece nel settore abitativo. Questo potrebbe essere dovuto alla particolare situazione del Sud, in cui non vi è una penuria di abitazioni ed invece i proprietari cercano di ottenere reddito affittando. Al Sud ci sono mediamente meno associazioni e la popolazione è meno impegnata in attività di volontariato: questo è vero anche per le associazioni LGBT (forse anche più della media). Dalle nostre indagini emergerebbe però che le persone trans sono un po’ più legate alle realtà associative, specie in risposta ad atti di discriminazione. Per quanto riguarda le pubbliche amministrazioni emerge una generale carenza di buone pratiche attive, che esulino dal patrocinio al Gay Pride, al Sud come in molte Regioni del Centro e del Nord-Est. Le più attive sembrano decisamente il Piemonte, la Toscana, la Liguria e l’Emilia Romagna. La Calabria sembra tristemente tra le più carenti, in quanto non siamo stati in grado di rintracciare nemmeno una buona pratica inerente le tematiche LGBT. Molte associazioni al Sud lamentano in particolare non la mancanza di attività, ma l’assenza di un loro coinvolgimento (ad es. nella fase di progettazione delle politiche pubbliche). Viceversa, altre sostengono di vedersi addossate impropriamente un ruolo suppletivo dell’amministrazione, relegando alle realtà associative il compito che dovrebbe essere del welfare state. Occorre ribadire che le differenze nel segno politico delle amministrazioni non implicano grosse differenze nell’impegno o nell’efficacia contro le discriminazioni: l’attuazione di buone pratiche dipende più dalla sensibilità di singoli amministratori o dall’humus culturale reso particolarmente sensibile dall’intensa attività delle associazioni LGBT (specie in alcuni territori). Il sostegno delle pp.aa. è considerato rilevante dalle associazioni non solo in termini concreti, ma anche per la legittimazione morale che ne deriva, in termini di eguaglianza e pieno diritto di cittadinanza (così, ad esempio, tra le richieste più frequenti vi è il patrocinio dei Gay Pride). Occorre però ribadire che sia le associazioni LGBT contattate sia le persone trans intervistate segnalano i dipendenti pubblici come una delle categorie più propense a maltrattare o discriminare, e quindi la formazione professionale e la sensibilizzazione del personale sui temi dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere appare fondamentale. Con riguardo al fronte delle buone prassi, si deve registrare un numero relativamente significativo di azioni compiute nelle ROC, così come l’adesione di alcuni enti territoriali, per quanto in numero limitato, alla rete R.E.A.DY. (Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni per il superamento delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere). La parte propositiva, ancora in fase di consolidamento, ha posto particolare attenzione alla replicabilità di alcune buone prassi, così come a politiche di sostegno alla mediazione e alla conciliazione. Si tratta di istituti giuridici e sociali non adeguatamente sviluppati in Italia e che necessiterebbero di maggiori investimenti. Con riguardo allo specifico settore dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, lo studio ha contribuito a promuovere tali strumenti di risoluzione delle controversie attingendo alla letteratura sviluppatasi in altri ambiti e adeguandola a proposte specifiche. Si sono altresì richiamate alcune buone prassi straniere, stante l’assenza di casi italiani che potessero essere riportati quali utili riferimenti.
Avvocatura per i diritti LGBT Centro europeo di studi su orientamento sessuale e identità di genere Direzione scientifica Avv. Alexander Schuster |