“Buon giorno, scusi vorrei un paio di bambini in adozione, possibilmente bianchi ed europei”; così con nonchalance fino a ieri si poteva presentare domanda di adozione “selettiva”! Ma la Suprema Corte ha detto stop a questo genere di discriminazioni! Il tutto è nato dall’esposto dell’Associazione “Amici dei Bambini” la quale ha portato all’attenzione delle autorità competenti un caso simbolo di questo genere di discriminazione! ! La Corte di Cassazione ha dato ragione al presidente dell’Associazione, Marco Griffini, secondo cui nella sentenza incriminata ci sarebbe “una palese discriminazione su base razziale nei confronti di minori di colore e di etnia straniera a quelle presenti in Europa”. Soprassedendo su quale tribunale e chi in particolare abbia fatto una richiesta “selettiva” di adozione, perché di fatto era una opportunità concessa da nord a sud a tutti i cittadini italiani, lo sconcerto maggiore c’è nell’analisi della deviazione nell’interpretazione del significato di adozione! Nonostante la parola, etimologicamente, indichi una decisa concezione egoistica in quanto adottare è “scegliere per sé”; il significato più profondo di questo gesto è il mettere a disposizione sé, il proprio nucleo familiare, proprio per donare a chi ne è stato privato alla nascita o non ne ha mai avuto uno, una famiglia degna di essere chiamata tale. E’ lecito pensare, è umanamente concepibile che si voglia il più bel bambino del mondo come proprio figlio ma questo, credo, non dovrebbe essere più forte quel sentimento infinito di maternità e paternità che scalda il cuore e rende meravigliosa qualunque persona noi decidiamo di amare come figlio o figlia nostra.
Bari - 17 Aprile. Lo ammetto, youtube mi affascina alquanto e la potenzialità dei suoi video altrettanto. Nello sfogliare le pagine di una ricerca mi sono imbattuto in questo video tratto dalla nota serie "camera café". E’ una paradossale, ma alquanto veritiera, rappresentazione di alcuni casi estremi di discriminazione (bilaterale). Escludendo la parte finale, che evidenzia il tristemente noto analfabetismo del venditore “Paolo Bitta” alias Paolo Kessisoglu, il resto della clip è dedicato al tema della discriminazione nei confronti dei portatori di handicap. Numerosi i doppi sensi e le allusioni volontarie e non, con uno spiccato accento al cinismo dell’azienda nei confronti del “problema” del disabile. Sia chiaro, disabile o meno, il giovane fattorino assunto per evitare la denuncia, comunque si comporta in modo scorretto e che poi si infligga puntualmente penne e spiedini nella protesi per dimostrare la sua infermità è ancora più clamoroso. Nell’ironia della situazione è un fantastico colpo di scena l’ingresso di Alex Zanardi in qualità di “responsabile delle relazioni con l’esterno”. Le sue parole hanno un significato profondo e davvero portano il senso puro della grande capacità di questi uomini e queste donne che ogni giorno affrontano la vita con una “diversabilità” che non va discriminata in alcun modo. Un mix di situazioni, in perfetto stile “camera café”, che questa volta oltre alla simpatia ha voluto comunicare un messaggio importante, un messaggio che supera le barriere sia fisiche che culturali. Buona visione!
Ultimo aggiornamento Lunedì 26 Aprile 2010 15:25
Un curioso caso d'omonimia
Scritto da Michele Karaboue
Sabato 10 Aprile 2010 15:40
“Speriamo che il nome porti bene.[…]Non voglio che da grande faccia l'operaio come me."
E’ probabilmente in queste parole che possiamo riassumere il pensiero, il buon auspicio a suo figlio, fatto di Anthony Boahene, operaio metalmeccanico, immigrato dal Ghana che vive a Modena, ed è in Italia da 8 anni. Quest’uomo infatti ha chiamato suo figlio Silvio Berlusconi,per la precisione “Silvio Berlusconi Boahene”. Il bambino è nato in Ghana 5 anni fa, viveva con la madre in Africa e ha raggiunto il padre solo da un mese. È un tifoso sfegatato del Milan e crede che il premier sia suo nonno. Il padre commenta la sua scelta dicendo: «Credo di dovere a Berlusconi il mio permesso di soggiorno – e poi aggiunge – volevo dare a mio figlio il nome di un grande capo politico. Mi piace tutto di lui». A certi sguardi un po’ maliziosi l’uomo, onesto, rimane perplesso e risponde «Cosa c'è di strano?[…] questo nome mi piace tanto[…]non l'avrei mai chiamato con il nome di nessun altro politico italiano». Al nome tiene molto anche il piccolo, che tutti a casa chiamano con il “diminutivo" Berlusconi, mentre a scuola la maestra vuole che sia chiamato solo Silvio. Anthony si è innamoratodel nostro paese nel 2002. La sua storia è molto particolare. Nella sua terra d’origine è conosciuto come “B. Brown”, cantante di un genere definito hip-life, un’apprezzata combinazione di musica religiosa e pop. “B. Brown” ha cantato per le comunità ghanesi in Finlandia, Danimarca, Germania, Francia. Un giorno, nel 2002, fa tappa a Palermo dove ha vissuto per ben due anni. Nasce in lui subito un grande legame con il nostro paese, lui sente un << grande calore umano» e questa caratteristica lo porta a stabilirsi definitivamente a Modena nel 2004 mentre quegli anni è Berlusconi il capo del governo. Attualmente non è più B.Brown è “solo” Antony, un coraggioso immigrato, che ha lasciato la musica per il lavoro e i suoi figlie e che ci mostra l’altro lato della condizione degli extracomunitari in Italia. E’ un caso straordinario, ma che nella sua genuinità racchiude tutta l’onestà di un lavoratore e di un padre che, sin dal nome, augura al proprio figlio un cammino da grande. Chissà che un domani, il giovane Silvio Berlusconi Boahne, non possa rappresentare veramente il popolo italiano del terzo millennio.
Sarà lunedì prossimo, il 12 aprile, il giorno in cui i giudici costituzionali si riuniranno in Camera di Consiglio dopo lo slittamento avvenuto nei giorni scorsi in merito alla questione dei matrimoni per coppie dello stesso sesso. L’ultima udienza si era tenuta a fine marzo al Palazzo della Consulta, l’argomento era il ricorso presentato da tre coppie gay, contro le decisioni prese dal Tribunale di Venezia e dalla Corte d'Appello di Trento, che avevano ritenuto legittimo il rifiuto da parte del pubblico ufficiale dei comuni delle medesime città, il quale si era opposto alla richiesta di pubblicazione di matrimonio da parte di coppie dello stesso sesso. Ai giudici della Consulta, di fatto, è stato chiesto di verificare la compatibilità tra i principi sanciti dalla Costituzione e gli otto articoli del codice civile che oggi impediscono l’unione tra persone dello stesso sesso. Norme che a giudizio dei ricorrenti violerebbero non soltanto gli articoli 2, 3, 29 e 117 della Carta costituzionale, ma anche gli articoli 8, 12 e 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, e gli articoli 7, 9 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Alla Corte il collegio difensivo dei ricorrenti ha chiesto di prendere una «decisione coraggiosa» che tenendo conto «dell’evoluzione dei costumi e della società» ponga fine ad «una discriminazione irragionevole», come ha spiegato l’avvocato Vittorio Angiolini durante l’udienza. Del resto, come annotavano gli stessi giudici del Tribunale di Venezia rivolgendosi ai giudici di rango costituzionale, non ci sono impedimenti ai matrimoni gay. «La libertà di sposarsi e di scegliere il coniuge riguarda la sfera dell’autonomia e dell’individualità, quindi una scelta sulla quale lo Stato non può interferire a meno che non vi siano interessi prevalenti incompatibili», scrivevano i giudici lagunari aggiungendo che nell’ipotesi di matrimonio tra persone dello stesso sesso «il Tribunale non individua alcun pericolo di lesione d’interessi pubblici o privati di rilevanza costituzionale, quali potrebbero essere la sicurezza o la salute pubblica». «L’unico, importante diritto» col quale potrebbe ipotizzarsi un contrasto, aggiungevano i giudici, «è quello dei figli a crescere in un ambiente idoneo». Ma anche in questo caso il diritto all’adozione delle coppie omosessuali coniugate risulta distinto da quello di sposarsi «tanto che alcuni ordinamenti stranieri pur introducendo il matrimonio tra omosessuali hanno espressamente escluso il diritto all’adozione». La sentenza della Corte, se positiva, potrebbe portare a una svolta nel diritto di famiglia, anche per le unioni di fatto. In merito alla vicenda si sono espressi il segretario di “Certi Diritti”, Sergio Rovasio, il quale sostiene che la decisione della Corte costituzionale di rinviare a dopo le festività pasquali il verdetto sia un buon segno; positivo anche il commento di Enrico Oliari, presidente di GayLib e parte in causa nell'udienza. «Qualunque orientamento emergerà, siamo soddisfatti che la discussione sia iniziata», queste invece le parole del presidente onorario dell’Arcigay, Franco Grillini, il quale ha sottolineato come «la maggioranza dei paesi Ue si è già dotata di leggi per tutelare le coppie omosessuali». Non rimane che pazientare fino a lunedì prossimo, ma sul web impazzano da settimane le discussioni e i forum si arroventano.
Michele Karaboue
Fonti: http://nuovavenezia.gelocal.it
www.gay.it
Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Aprile 2010 21:14
Centro Imera: best practice
Scritto da Karaboue Michele
Venerdì 02 Aprile 2010 10:12
Quante volte, in questo magazine, abbiamo scritto che una cultura cosciente del sé e rispettosa del prossimo eviterebbe tanti episodi di violenza e intolleranza? Molte volte lo abbiamo sostenuto e i “Campus della non violenza” nella loro componente didattica hanno cercato proprio di far conoscere, prima di tutto. In questo senso una realtà assolutamente di rilievo sotto l’aspetto didattico educativo è il Centro scolastico Imera, una libera iniziativa, di genitori e docenti senza fini di lucro, sorta nel 1976 a Palermo. Attualmente è una scuola paritaria femminile che comprende i tre cicli dell’istruzione primaria, secondaria primo e di secondo grado. In questa struttura scolastica si adotta il sistema educativo messo a puto dell’Associazione FAES di Milano. Questa metodologia didattica è adoperata da 13 scuole in tutta l’Italia e inserisce le strutture che l’adottano in un circuito internazionale che trova riferimento educativo nel pedagogista spagnolo Victor Garcìa Hoz e la sua “educazione personalizzata”. Negli oltre trent’anni di lavoro nella struttura palermitana sono passati centinaia e centinaia di giovani, dalle generazioni fortemente ideologizzate ai nostri coetanei postmoderni che vivono criticamente il percorso della crescita rasentando il nichilismo o prediligendo esclusivamente lo svago indiscriminato all’impegno; ma in questi anni hanno sempre incontrato una proposta educativa forte di una tradizione ormai consolidata e vincente. La centralità della persona nel processo educativo, riferimento antropologico unitario per tutti i docenti, fa sì che tutto il lavoro converga sulla comprensione sempre più profonda dell’uomo, della sua origine, della sua vocazione e del suo fine. Collaborazione è l’altra parola d’ordine del centro Imera; l’interattività fra le diverse aree disciplinari consente agli alunni di rintracciare le chiavi di lettura più significative della realtà contemporanea e della propria identità culturale. Trasversale e allo stesso tempo centrale nelle attività educative è la comunicazione e i nuovi linguaggi (cinema, televisione, internet etc), vengono analizzati e contestualizzati, insegnando a farne un uso ponderato e critico al fine di evitare che il linguaggio della cultura sia separato e distante da quello usato nella quotidianità, fattore che crea così nei giovani una frattura profonda tra cultura e vita. Questa serie d’ingredienti contribuisce a consolidare una coscienza di sé che permette, ai giovani che compiono il loro percorso formativo al Centro Imera, di avere una visione libera da stereotipi e lontana dai concetti dell’individualismo sfrenato che colpisce oggi le giovani generazioni. E’ questo un esempio di quelle best practice che nel loro piccolo contribuiscono in modo incisivo alla formazione di una società più matura e capace di dire no alla violenza e alle discriminazioni.